Terza pagina

Guida alla Saggezza. Atlantide dei luoghi della Lucchesia
(Tra le righe libri) – euro 15,00

I nuovi saggi

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di Vincenzo  Pardini

Fin dai tempi antichi, gli uomini saggi  sono stati tenuti in debita considerazione. A loro si rivolgeva la gente per apprendere quanto non sapevano. I saggi, a cui oggi si sono sostituiti gli intellettuali, non erano molti, ma quei pochi erano figli della storia, che avevano appreso dagli anziani, cultori della parola intesa come eredità da tramandare.

Gli autori di questo libro, coi loro racconti, ci riportano  indietro nel tempo alla stregua di quei vecchi saggi, perché è dalla forza, dalla inesauribile forza del passato, che fanno emergere gli avvenimenti. Ognuno, con stile e approccio personale, affronta  argomenti  diversi. Gran rilievo, viene dato agli eventi bellici dell’ultima guerra, che tanti segni hanno lasciato nella memoria collettiva.

Il libro inizia con una riflessione di Andrea Giannasi   sulla strage di S. Anna di Stazzema perpetrata dai nazifascisti.

Vicende note, ma che ogni volta che se ne riparla tornano inedite, in virtù  del misterioso potere che  sprigionano le parole quando inseguono una verità intrisa di dolore; il dolore della morte violenta, il cui sangue  ricade, sempre, su tutti.

Daniele Vogrig ci intrattiene sulla figura di Giacomo Puccini.

Lo fa ripercorrendone la vita, le opere e le passioni. Tra cui quella del mattone. Il Maestro andava infatti di continuo alla ricerca di case solitarie, immerse nella quiete; se non le acquistava, vi stata in affitto, oppure ospite di qualche amico.

Ne esce un ritratto nitido, che fa sentire Puccini più che mai nostro conterraneo.

Nicola Bibilotti  rivisita Viareggio nel 1921, quando il fascismo stava  sempre più  imponendosi con la violenza e il disprezzo  verso coloro che non ne condividevano né l’ideologia né i metodi. Le figure degli squadristi, e quel loro nero vestire nell’anima e nel corpo, le incontriamo in queste pagine come nelle sequenze di un documentario. Bella anche la trama della storia, che il lettore deve scoprire da sé, per meglio  comprendere quanto quell’epoca, e quegli eventi, siano ancora oggi da esecrare, perché continuano a riproporsi, sebbene sotto altre spoglie.

La mattina del 15 ottobre del 1895 alla stazione di Lucca  scesero dal treno, provenienti da Livorno, un uomo e una donna, con diversi bagagli, tra cui una gabbia  di uccelli e un cane di mezza taglia, bianco e nero, al guinzaglio. Era ad attenderli un vetturino che, premuroso, li fece salire su una diligenza trainata da un solo cavallo. I viaggiatori erano Giovanni Pascoli e sua sorella Maria. Su di loro, e sul loro arrivo a Castelvecchio, si sofferma Sara Moscardini, con pagine molto sentite, e che afferrano quanto accadde con Pascoli  nella Media Valle del Serchio: un evento eccezionale, perché il poeta  coglierà da quella terra cosa tiene di più nascosto:  voci e suoni  che solo gli artisti sanno udire e tradurre in parole; elettala a sua patria, vi riscoprirà l’antico fiorentino del Due e Trecento, rimasto nell’idioma della gente. Se Alessandro Manzoni andò a sciacquare i panni della lingua nell’Arno, Pascoli lo fece nel Serchio e nei suoi affluenti, catturandone i colori,  le canicole e le turbolenze invernali; dentro questi scenari, prendono corpo le sue liriche, sovente ambientate di notte, con la Luna che rende il cielo “colore di perla” e nell’aria si effonde il canto dell’assiolo.

A Castelvecchio Pascoli trascorre, anche sotto il profilo creativo, il miglior periodo della sua vita. Morto prematuramente, Maria gli sopravvivrà fin oltre gli anni Cinquanta, senza niente toccare della loro casa. Sarebbe stato un oltraggio alla memoria del poeta.

Normanna Albertini si spinge a Borsigliana, nei paesaggi che ispirarono Pietro da Talada, il pittore che intingeva i pennelli nella robbia, dando vita a meravigliose Madonne e al trittico di Borsigliana. Un pittore che continua ad essere avvolto in un alone di mistero, forse perché aveva fatto della Garfagnana la sua Terra Santa e, da quel grande pittore che è, il suo intento era quello di dipingere Dio.

Altro illustre artista che ha frequentato la Garfagnana, con ruolo anche istituzionale, fu messer Ludovico Ariosto. Lassù  mandato, nella veste di commissario, dal duca di Ferrara Alfonso I d’Este. La Garfagnana,  divisa in fazioni, infestata da  briganti di mestiere e da caporioni politici, necessitava di essere amministrata con fermezza. Il duca vide adatto a quel compito messer Ludovico, un poeta  di gran lustro e  bravo diplomatico.

Impegno di cui egli avrebbe fatto a meno, non si fosse trovato in stringenti difficoltà economiche. Del suo arrivo in Garfagnana ci parla, con dovizia di particolari, e risvolti poco conosciuti, Vittorio Angelino, dell’Ariosto gran conoscitore. Ludovico rimase nella rocca  garfagnina  dal 1522 al  1525. Tempi non facili. Il paesaggio rupestre lo opprimeva, facendolo sentire prigioniero. Uomo di pianura, era abituato ad avere albe e tramonti in faccia. No, la montagna non faceva per lui.  Soltanto Ferrara era lo specchio della sua anima. Sovente, a difesa dei  sudditi, era costretto a ricorrere all’arma più congeniale: la penna, con la quale vergava lettere dove, l’amministratore dai forti intenti civici e morali, subentrava al poeta.  Se rileggiamo le sue cronache garfagnine, ci avvediamo di quanto sia attuale. Un interlocutore straordinario, inventore, col suo poema, del romanzo moderno.

Mario Rocchi,  prima  di mostrarci il monumento di Ilaria, si sofferma sulle bellezze di Lucca. Il viaggio inizia da Porta S. Jacopo, un tempo detta “Bu’o novo”, in quanto venne aperta nel 1930 per esigenze di traffico. Nel settembre del 1944 lo scrittore, proprio a Porta S. Jacopo, fu testimone di una scena di guerra che non avrebbe più dimenticato. Un cecchino tedesco, piazzato a terra, uccide con una sventagliata di mitra un partigiano che passa dallo specchio della Porta. Come una sorta di pellicola, dove immagini e scene non vengono mai meno, la narrazione culmina nell’incontro con Ilaria, col suo intramontabile fascino.

Il manicomio di  Maggiano è  una  mastodontica costruzione  di mattoni rossi, collocata su di un promontorio  alla stregua di un castello. Risale al 1773 ed è l’ospedale psichiatrico più antico d’Italia. Fra le sue mura hanno vissuto fino a mille degenti. Una vita difficile, la loro. La  follia, tra deliri e incubi,  li angariava come la più abietta delle versiere. Solo l’avvento degli psicofarmaci, la mitigò. Per Mario Tobino era un demone, che solo raccontandolo si poteva esorcizzare. Cosa che lui fece, con risultati unici e assoluti. Monica Dini, col suo intervento, entra dentro queste atmosfere, risvegliando gli spettri che ancora  aleggiano tra i cortili, i corridoi, e le stanze abbandonate.

Molti gli scrittori che hanno raccontato Lucca, ma pochi quelli che sono riusciti a dare voce alle sue vestigia. Bruno Giannoni, nel suo contributo, indica la strada per accedere nella Lucca antica e indenne all’evolversi del tempo. Da un vialetto sul retro dell’istituto Carlo Del Prete, lasciato alle spalle il rumore del traffico, giungiamo  davanti le Mura, che sembrano la muraglia di  una fortezza nel bel mezzo di una campagna abbandonata.

Da una postierla, passaggio un tempo riservato a guardie e sentinelle, come in un gioco di prestigio, finiamo in pazza S. Frediano, dove Giannoni fa riemergere la Lucca del 1500-1600,  coi cannoni dislocati sulle Mura, i soldati di vedetta. Finché, nella cattedrale di S. Martino, non arriviamo  di fronte al Volto  Santo e all’ascia che risparmiò dalla decapitazione un innocente  condannato a morte. La lama, nonostante la determinazione del boia, tanto che ne  piegò il tagliente, nemmeno scalfì il collo del malcapitato. Miracolo a cui Giannoni non crede. Niente da eccepire. I miracoli di Cristo, quasi sempre messi in discussione da chi vi assisteva,  erano confermati da chi li riceveva.

Questo libro, iniziato con la riflessione sulla strage di S. Anna di Stazzema, si conclude con le gesta delle donne impegnate nella Resistenza, a fianco degli uomini. Signore umili, ma l’anima grande e generosa delle madri e delle mogli votate all’amore.

Simonetta Simonetti  sa farle rivivere e muovere su  un territorio che va da Lucca fino agli estremi limiti della Garfagnana. Sono giorni terribili. Niente rientra più nei canoni della consuetudine.

La gente vive nascosta nelle case, o in clandestinità.

Repubblichini e soldati nazisti possono comparire d’improvviso, per rastrellare, stuprare  e fucilare. Si ha paura di tutto e di tutti.

Anche dei partigiani. Il terrore si è ormai impossessato degli animi, e regna sovrano. Emergenza che le donne sembrano   gestire meglio degli uomini, prodigandosi in ogni senso, a rischio della loro vita. Infatti, alcune moriranno. Ma la fede per la riconquista della libertà, continua a spronare le altre a non arrendersi, e così fanno. Pagine che commuovono.

Alle opere  dei suindicati  autori ho accennato, per ragioni tecniche e di spazio, con poche righe, tanto per dare un’idea dell’argomento che trattano. Il resto spetta al lettore scoprirlo.

Entrerà dentro un mondo a più voci, un mondo corale che gli farà conoscere o riscoprire aspetti  insoliti della nostra terra, memoria e cultura. Una vera e propria guida alla saggezza, la stessa  che, con manifestazioni diverse, continua a scaturire  dai nostri borghi e città. I quali sono sempre stati  amati dagli scrittori che vi sono nati, vi hanno vissuto o ci vivono:  Guglielmo Petroni, Arrigo Benedetti, Mario Tobino, Enrico Pea, Mario Pannunzio, Vittorio Pascucci, Fabrizio Puccinelli, Gino Cesaretti, Romano Luperini, Paolo Buchignani, Oriano De Ranieri, Carlo Gabrielli Rosi, Guglielmo Lera, Felice Del Beccaro, Pietro Ghilarducci, Francesca Duranti, Remo Teglia, Pia Pera, Bartolomeo Di Monaco, Giulio Simonini, Gualtiero Pia, Gian Luigi Ruggio, Giuseppe Marchetti, Giuliana Puccinelli, Roberta Martinelli, Bruno e Umberto Sereni,  Carlo Ludovico Ragghianti, Pier Carlo Santini, Fratel  Arturo Paoli, Marco Paoli, Maria Francioni.

In sintonia con loro, a me pare si siano mossi, ma seguendo nuovi tragitti, i narratori   di questa antologia, che sarebbe oltremodo utile, a mio avviso, ai ragazzi delle scuole. Vi scoprirebbero il loro passato, in ambito  storico e antropologico. Normanna Albertini scrive infatti  che, sulle montagne di  Borsigliana “è stata tutta un’invasione per secoli e millenni: Liguri, Etruschi, Romani, Goti, Longobardi, Ungari e via così. I popoli sono sempre stati nomadi e tutti hanno lasciato i segni nei volti e nell’aspetto delle genti”.

Chi siamo? Da dove veniamo? A chi assomigliamo?

Un viaggio a ritroso che, con le dovute ricerche, potrebbe farci conoscere la nostra  vera identità, rendendoci consapevoli da chi veramente discendiamo. Un modo per essere migliori e più saggi.

La saggezza della tribù divenuta popolo, nazione e continente. Insomma, la nostra identità e appartenenza che dobbiamo saper conservare.

http://www.ibs.it/code/9788899141462//guida-alla-saggezza.html

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Rubrica a cura di Andrea Giannasi direttore del Giornale letterario

L’ostinazione laica: il giornalismo di Arrigo Benedetti

La moralità della cronaca, il senso della laicità e il sogno di un’Italia veramente europea. Si potrebbe sintetizzare intorno a questi tre fondamentali aspetti tutta la ricca e complessa esperienza giornalistica di Arrigo Benedetti (1910-1976), fondatore tra gli altri dell’Europeo e dell’Espresso e uno dei massimi giornalisti italiani del Novecento. Anche lo studio di un segmento specifico della sua straordinaria carriera, quale fu la collaborazione con Panorama, che iniziò nel luglio 1967 e terminò nel settembre del 1969, e che è l’oggetto di studio del libro di Alberto Marchi L’ostinazione laica, edito da Prospettiva Editrice, consente di mettere bene a fuoco le caratteristiche principali del suo straordinario modo di fare giornalismo. Il suo sguardo di direttore era sempre rivolto alla realtà dei fatti, perché il lettore fosse messo in grado di farsi un’idea propria e, sulla base principalmente di questo assunto, anche come editorialista di punta di Panorama non mancò mai di far sentire la sua voce autorevole in un contesto di grandi sommovimenti sociali e politici come quelli della seconda parte degli anni Sessanta.
Ma dalla rubrica I Tempi, che tenne per soli due anni dopo la rottura con Scalfari avvenuta nel giugno del 1967 a seguito di un duro scontro di idee sugli esiti della Guerra dei sei giorni tra Israeliani e Palestinesi, emerge anche la solida cultura laica, liberale e di impronta radicale, di Arrigo Benedetti, che può essere annoverato senz’altro nella cerchia di coloro che Gaetano Salvemini definiva i “pazzi malinconici”, quella schiera di grandi spiriti illuminati che appunto si contraddistinguevano, nell’Italia di volta in volta clericale o comunista, per essere i riferimenti forti di tutti i democratici e i liberali d’Italia. E Benedetti fu appunto ostinatamente laico, fino in fondo.
E infine, non ultimo, una sottolineatura merita il suo forte richiamo all’Europa, che mai lo abbandonò, e che non deve essere letto in contrasto con il grande attaccamento che sempre manifestò per Lucca, che spesso fa capolino anche negli articoli scritti per Panorama e che anzi sembra divenire quasi una chiave di lettura per comprendere il mondo, come si intuisce dai suoi numerosi romanzi in cui Lucca (con la sua storia, con la sua bellezza ma anche con i suoi misteri) ritorna sempre come presenza imprescindibile.

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A proposito di John Barth e dell’Opera galleggiante

Sembrerà strano ma dopo venti sfogliate diventa incessante e forte, battente e ficcante, il desiderio che quelle pagine siano infinite. Che tutto prosegua come lo scorrere incessante e perpetuo di un grande fiume. Proprio come quello sul quale si specchia la storia dell’Opera Galleggiante di John Barth.

E la storia è questa: La mattina del 21 giugno 1937 Todd Andrews (un’avviatissima carriera di avvocato, una sobria vita borghese in una cittadina di mare del New England, un improbabile menage a trois con l’amico Harrison, erede di un impero dei sottaceti, e la graziosissima moglie di lui) si sveglia, si alza dal letto e guardandosi allo specchio scopre che la risposta a ogni suo problema è il suicidio. Vent’anni dopo, ancora vivo, racconta al lettore gli sviluppi di quella fatale giornata.

La storia è un capolavoro ritmato e costruito con la tecnica del postmodernismo letterario.
Alla fine è proprio il libro che ognuno di noi vorrebbe aver scritto. O sogna di scrivere nella vita.
Pubblicato originariamente nel 1956 e rivisto dallo stesso autore nel 1967, L’Opera galleggiante è considerato da molti il capolavoro di John Barth: spirito nichilista e humour nero, critica di costume e spunti metanarrativi si fondono in un romanzo sperimentale e godibilissimo che inaugurava la narrativa postmoderna e a quasi mezzo secolo di distanza nulla ha perso del suo smalto.

Il libro è edito in Italia da Minimum Fax.

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