Anna Belozorovitch autrice di “24 scatti”

Posted on agosto 5, 2016

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Abbiamo incontrato la scrittrice Anna Belozorovitch autrice di “24 scatti”

 

Come nasce questo libro e quali i punti cardini sul quale si sviluppa il suo lavoro.

Il libro nasce dall’idea, che poi è il filo conduttore dell’intera trama, di come si sia continuamente in lotta con il tempo. Non nel senso materiale ma in quella dimensione in cui il tempo comporta cambi di prospettiva, che lo si desideri o no, mentre noi tendiamo ad affezionarci al nostro sguardo e a ritenerlo immutabile.

Il romanzo racconta di una coppia che dedica un’intera giornata a un gioco, il che può sembrare romantico; il gioco ha tutto a che fare con la costruzione del ricordo e dunque di una narrazione di ciò che si è. Ma quella che può apparire al primo sguardo come una celebrazione finisce per essere anche una dissezione. Quella che ci si presenta come una coppia si rivela essere l’unione di due persone che vivono in parallelo, seguendo ognuna il proprio binario. Quella che dovrebbe essere una storia d’amore, infine, è anche la storia di tante altre emozioni ed eventi, ognuno con un significato distinto, non riconducibile necessariamente a una interpretazione unica o al sentimento che lega i due. È la storia di una lotta silenziosa che avviene tra due persone che forse non comunicano abbastanza né l’uno con l’altro né con se stessi, eppure non sono inermi.

 

Partendo dal titolo ci può raccontare la genesi di questo libro?

Il titolo, “24 scatti”, richiama i ventiquattro fotogrammi di una pellicola fotografica. Attorno a questi fotogrammi, infatti, si svolge l’azione. Ogni scatto implica un racconto, un ricordo, un segreto, un punto di domanda. Ogni capitolo riguarda uno o più scatti e permette di aggiungere tasselli a quello che alla fine costituisce un grande mosaico, l’universo che il romanzo racconta, visto nel suo insieme. La narrazione è costruita in modo tale che ogni elemento diventi importante; ogni dettaglio contribuisce a comprendere quel mistero che sin dall’inizio si preannuncia e che accompagna i protagonisti per tutta la durata del romanzo.

 

Il suo stile di ricerca e di scrittura; quali i suoi maestri e un libro di riferimento o un consiglio di lettura.

Non mi prepongo uno stile quando scrivo. So che rispetto a cose scritte prima, in 24 scatti il mio linguaggio si è asciugato, si è reso un po’ più concreto, e questo mi piace. Non è necessariamente un obiettivo assoluto, ma al momento in cui ho lavorato su questo romanzo rappresentava il modo di scrittura più in linea che il mio sentire, con ciò che ho voluto comunicare.

Così negli anni sono più volte cambiati i miei autori preferiti, se ne sono aggiunti di nuovi. Ho la fortuna di poter leggere scrittori russi in lingua originale e ho amato particolarmente Bulgakov, Tolstoj, Turgenev. Tra altri classici, ho avuto una passione immensa per Maupassant. Tra quelli italiani, mi vengono in mente Calvino e Svevo. Di recente ho letto e apprezzato Alice Munro e di più Julian Barnes. Ciò che più mi piace in un autore è la saggezza non presuntuosa nel leggere l’animo umano, le sue debolezze e le relazioni – che poi sono il vero luogo in cui la vita avviene – e l’opportunità di dialogo che è resa possibile dalla sua onestà. Quando questo accade, provo un senso vertiginoso di liberazione e di commozione ed è quello che cerco in quanto lettrice.

 

E ora l’ultima domanda, quella quasi d’obbligo. A cosa sta lavorando?

Negli ultimi tempi sono assorbita dalla tesi di dottorato ed è difficile distogliermi da quella per dedicarmi a un progetto diverso. Ho composto numerose poesie e prossimamente dovrebbe uscire una mia nuova raccolta, intitolata Il debito, con la casa editrice LietoColle. Ho in mente un nuovo romanzo e non vedo l’ora di cominciare a scriverlo non appena avrò terminato il corso. Al centro avrà senz’altro la relazione: esperienza che considero più misteriosa e affascinante della vita umana.

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