LA POETICA DI T. MANN E LA “MELANCOLIA” DI A. DURER di Giancarlo Carioti

Posted on marzo 21, 2012

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LA POETICA DI T. MANN E LA “MELANCOLIA” DI A. DURER
di Giancarlo Carioti

Anni addietro uscì un libro molto famoso dal titolo “Saturno e la malinconia”, con cui si fondevano magicamente arte ed astrologia, riferendo a questo pianeta retrogrado e lentigrado i caratteri più generali della senescenza, quasi che Saturno rappresentasse, nel bene e nel male, la vecchiaia che, secondo l’autore, è espressa dai caratteri strutturali delle materie base che esplorano le fasi della vita umana. In particolare, la vecchiaia è assunta dalla componente della “bile nera” (Melàina Cholé), che Aristotele stesso attribuirebbe alle persone anziane, un po’ accidiose ed insofferenti, ma soprattutto folgorate da un’interiore senso dello smarrimento che le rende tristi e, perciò, malinconiche. Da ciò la combinazione tra le due parole greche che porta ad una sorta di “melancolia”, che poi diventa melanconia, indi, malinconia. Ad effigiare il complesso sistema di relazioni tra materie, vecchiaia e spirito planetario, alcuni dipinti celebri, tra cui appunto la melanconia di Adalbrecht Durer che è una splendida acquaforte con cui il grande artista tedesco effigia la malinconia della senescenza, con una raptuica destrezza di intenzioni applicative, in cui una donna giovane ma triste campeggia la scena dell’età, inducendo riflessioni profonde sulle implicazioni che sono a base dell’intuizione Dureriana. Rileggendo il libro e rivedendo l’opera, ho, per così dire esteso il senso di profondo conturbamento che mi conferisce, a vaste salienze, in genere, dello spirito tedesco. In particolare mi è sovvenuto di pensare alla profonda tessitura pessimistica e malinconica con cui Thomas Mann commenta e, in fondo, stigmatizza lo spirito occidentale, di cui non fa altro che scorgere le intrinseche decadenze, frutto di quell’embrasse tra una borghesia putrescente ed un capitalismo possivo e predace con cui Thomas ha tratteggiato le figure spesso fatali dei suoi romanzi, come i Buddenbrook, Tonio Kroger e Felix Krull, una saga indicibile di fallimenti e di rigurgiti dimoiati di efferati componenti, e non solo del carattere dei singoli personaggi, bensì e fino in fondo di quello “strutturalismo” della forma capitalistica con cui Mann delinea la brefia possività di un’epoca contorta anche sullo specifico dei temperamenti, diruti e limacciosi, d’accordo, ma quanto emanazione di quei feticci capitalistici che scavano solchi profondi e rendono irriconoscibile l’umano. O come quella “Morte a Venezia”, con cui Mann schizza la paranoia vegliarda di un decaduto posseduto dal demone della foia latebrale, con cui cade in una passione indecente verso un adolescente che è l’elzeviro della purezza. Lui, Aschenbach, che rappresenta la macula e l’errore demonico del sistema che si tinge di decadente vecchiezza, irreparabile, sembra dirci Thomas che non ha passione per quel satiro, ma cinicamente ne annuncia la doppiezza sguaiata ed irriflessiva che lo fa morire di peste imbellettato come un bellimbusto che è andato al suo primo convegno amoroso. Scorgo in questi tratti, come nella decadenza beffarda e corrotta di Kroger i caratteri strutturali di una macerazione, quasi da vecchio, profondamente trasudata di malinconica impotenza. Quella stessa melancolia di Durer che non effigia solo uno stato d’animo ricorrente in età adulta, ma l’immagine di uno status più lato che è in generale la malinconia del popolo ed, in particolare, dell’intellettuale tedesco. Già perché la malinconia in Germania viene da un tempo lato ed irrinunciabile per lo spirito del popolo, viene forse da quell’immagine di Dio guerriero che è Odino, il sacro Golem, che alligna nell’inconscio epocale della gente in Germania. Quel Dio guerriero, dietro cui Hegel scorge le fattezze stesse dello spirito germanico, considerato, ed a ragione, come essenziale e primario nella cultura europea. Ma Odino è un guerriero che vuole annettere al suo dominio lo spirito altro dei popoli, di tutti coloro cioè che, non essendo tedeschi, rappresentano degli alieni, perciò dei nemici potenziali da sottomettere attraverso il dominio e la guerra egemonica. Questo straripare, in Germania dell’eroe, quello dei drammi barocchi di Benjamin, quello che Johan Herder consacra a sovrumano suggello del sacrificio per un ideale supremo che, giustappunto Hegel mette al centro dei suoi interessi sofici, questo dilagante eroe del supremo diventa il vate malinconico dello Sturm und Drang, ovvero l’eroe romantico come Werther pronto a morire per amore; ma di che, se non forse di questa patria immensa che ama il suo popolo in modo così frenico da fargli desiderare di sottomettere l’alieno? Ecco il senso precoce di questa vecchiaia che ritroviamo nella malinconica ispirazione delle trame e che alligna dappertutto, anche nella musica solenne di Wagner, in cui Sigfrido è il mito irraggiungibile di quel proposito di conquista che, per altri versi, lo spirito pratico dei tedeschi considera impossibile. Così, mentre l’Es di questo popolo aspira al dominio onnivoto, l’Ego ed il super Io lo ammoniscono di impotenza castrandolo. Ecco perché l’eroe diventa quasi impossibile da concepire, perché appartiene ad un ideale in fondo fallimentare che, come i personaggi di Mann, scuciono dalle tasche i danari con cui intendono comprare all’accatto i loro sogni, diventando distruzione dell’ethos, che la Melancolia di Durer ha inconsciamente effigiato. Su tutto un sapore di resa e la morte di un Dio che ha rappresentato nell’imo dell’anima di questo grande popolo, il sogno impossibile del dominio sàns phràse.

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